I 90 anni di Benedetto XVI in dieci immagini

Di Darío Menor

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Città del Vaticano, 12 aprile 2017 – Il 16 aprile Benedetto XVI compie 90 anni. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede dal 2006 al 2016 e dal 1° agosto presidente della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, analizza per la rivista spagnola Vida Nueva la sua eredità come teologo, cardinale, vescovo di Roma e Papa emerito attraverso 10 momenti che hanno segnato la sua vita e quella della Chiesa.

1.      Un tedesco alla guida della Dottrina della Fede

Come ricorda il periodo di Ratzinger quale prefetto?

A dire il vero non ho avuto praticamente nessun rapporto diretto con il Card. Ratzinger quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, quindi non ho esperienze da raccontare. Ma dal 1991, come Direttore dei Programmi della Radio Vaticana, naturalmente seguivo la sua attività con attenzione. Ho avuto sempre una grandissima stima di lui fin da quando ero studente di teologia in Germania (1969-73) e lui era un brillante professore. La lettura di “Introduzione al cristianesimo” mi aveva profondamente impressionato, diciamo pure entusiasmato. Mi è sempre sembrato un teologo che rifletteva su una fede vissuta e manifestava una spiritualità profonda e sincera. Ammiravo la sua chiarezza e mi è sempre apparso molto equilibrato nei suoi giudizi e nelle sue posizioni. Ero convinto che Giovanni Paolo II avesse fatto un’ottima scelta chiamandolo a guidare la CdF e che i due insieme, Giovanni Paolo II come Papa e Ratzinger come Prefetto della CdF, costituissero una “accoppiata formidabile”. Anche quando prendeva delle posizioni che suscitavano opposizioni e critiche (teologia della liberazione, Dominus Iesus…) ero convinto che lo facesse per il bene della Chiesa, mi fidavo di lui e ammiravo il suo coraggio. Considero il “Catechismo della Chiesa Cattolica” una grande impresa e un grande servizio al popolo di Dio. Penso che difficilmente questa impresa sarebbe arrivata in porto senza la sua capacità e il suo gusto di pensare ordinatamente e di parlare con chiarezza, la vastità della sua cultura teologica e la sua volontà di servire la comunità della Chiesa. Ho anche molto ammirato la sua personale devozione nel servizio del Papa Giovanni Paolo II, ad esempio quando ha esercitato la sua finezza teologica nel leggere e interpretare alcuni testi molto particolari, come nella sua bellissima Presentazione al “Trittico Romano” e soprattutto nella Presentazione del “Terzo segreto di Fatima”, che dubito fosse esattamente “del suo genere”.

2.      Il Conclave

Pensava che Ratzinger sarebbe potuto diventare il successore di Giovanni Paolo II? Quando e come le chiesero di assumere la guida della Sala Stampa vaticana?

Ricordo bene quel Conclave, anche se non ero ancora Direttore della Sala Stampa ma ero Direttore della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano. La morte di Giovanni Paolo II fu un evento mondiale ed estremamente coinvolgente. In quel mese indimenticabile il ruolo del card. Ratzinger si manifestò come estremamente rilevante perché era il Cardinale Decano del Collegio cardinalizio. Doveva quindi guidare le Congregazioni dei Cardinali in preparazione al Conclave, presiedere la grande Messa delle Esequie e quella Pro eligendo Romano Pontifice, immediatamente precedente il Conclave, e lo fece con grande autorevolezza e serena padronanza della situazione, pronunciando omelie indimenticabili. La sua personalità si manifestò come quella non solo del grande teologo e dell’intelligenza superiore, ma anche della guida saggia e sperimentata, che si muoveva ad un livello al di sopra di ogni parte. Se si aggiunge la fiducia che aveva riscosso da parte di Giovanni Paolo II, la sua vasta esperienza della Chiesa universale e la conoscenza della Curia romana, confesso che la sua elezione non mi stupì per nulla, anzi forse mi sarei stupito se avessero eletto un altro. Per quanto riguarda invece la mia nomina alla Direzione della Sala Stampa, devo dire che mi colse totalmente di sorpresa. Avevano cominciato a circolare alcune voci, ma non le avevo prese per nulla sul serio. Mi sembrava di avere già abbastanza da fare – anzi troppo – con la Radio e il Centro Televisivo e non mi ero assolutamente immaginato che si potesse pensare a me – che sono una persona tendenzialmente riservata – per questo compito molto “esposto”, in sostituzione di un uomo molto esperto e certamente ricco di grandi doti nel campo delle relazioni pubbliche e nel mondo giornalistico come Navarro Valls. Tuttavia io ero effettivamente già inserito da 15 anni nel mondo delle comunicazioni vaticane, quindi conoscevo abbastanza bene il Vaticano e i Superiori conoscevano me; naturalmente conoscevo anche un discreto numero di colleghe e colleghi giornalisti; mi arrangiavo con alcune lingue; avevo vissuto con pazienza e senza spaventarmi un tempo di rapporti difficili con la stampa durante gli attacchi contro la Radio Vaticana per il cosiddetto “inquinamento elettromagnetico”… Insomma, forse apparivo come la soluzione più semplice, economica e immediatamente disponibile, “a portata di mano” e senza rischio di sorprese, per il problema tutt’altro che facile della sostituzione di un uomo capace come Navarro, che aveva occupato brillantemente il posto per oltre vent’anni. Ricordo che il Card. Sodano, Segretario di Stato, me ne parlò la prima volta in occasione di un colloquio che gli avevo chiesto per trattare di tutt’altro argomento. Lui mi disse che le voci circolate avevano fondamento; io gli dissi che naturalmente chiedevo che tale compito mi fosse risparmiato; lui mi rispose che ne avrebbe parlato con il mio Superiore Generale e che “mi preparassi a dirgli di sì”. Insomma la cosa era praticamente decisa e venne comunicata pochi giorni dopo. Io non ho mai cercato nessuna delle “missioni” che mi sono state affidate, ma non mi sono mai tirato indietro quando i miei legittimi Superiori hanno ritenuto bene di affidarmele. Poiché si era proprio all’inizio dell’estate, alla vigilia della partenza del Papa per la Valle d’Aosta, con il Papa Benedetto ebbi un bel colloquio a Les Combes, in uno scenario meraviglioso davanti al Monte Bianco. Fu gentilissimo, come sempre, e mi incoraggiò a svolgere il nuovo compito in stretta collaborazione con la Segreteria di Stato, cosa che cercai di fare. I rapporti più diretti e personali con lui erano quindi misurati in base alle necessità, ad esempio in occasione di tutte le visite di Capi di Stato o di governo – che non erano poche –, o quando chiedevo un incontro o un chiarimento particolare.

3.      La preghiera ad Auschwitz

Cosa ha significato per il Santo Padre, nato in Germania e che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale e il periodo nazista, la visita al campo di concentramento nel maggio del 2006?

Il viaggio in Polonia in realtà è l’unico viaggio all’estero di BXVI che non ho fatto, poiché non ero ancora Direttore della Sala Stampa, e noi Dirigenti della Radio Vaticana avevamo l’abitudine di alternarci nei viaggi fra Direttore Generale e Direttore dei Programmi. Allora il Direttore dei Programmi era polacco, il P. Koprowski, e quindi fui molto contento di lasciargli la possibilità di partecipare al viaggio di BXVI in Polonia, che lui poteva seguire molto meglio conoscendo il Paese e la lingua. Naturalmente però ricordo bene quel viaggio avendolo seguito da Roma. Ricordo l’attesa e l’emozione per la visita al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau da parte del Papa tedesco, un Papa che aveva vissuto anche se ancor molto giovane il tempo del nazismo, e la profonda meditazione che pronunciò. Certamente era al centro degli sguardi, non sempre favorevolmente disposti nei suoi confronti. Tuttavia era una persona che aveva una coscienza pura e serena ed era un po’ timido ma coraggioso, quindi sapeva affrontare anche i temi e le situazioni più difficili senza paura. Come ebbe modo di dire con fierezza in occasione delle successive discussioni sul “caso Williamson”, sapeva di essersi sempre impegnato a fondo anche nei suoi studi per coltivare rapporti positivi e corretti con il mondo ebraico. E questo lo si vedrà di nuovo anche negli ultimi anni in diversi punti importanti e delicati del suo libro su Gesù di Nazareth.

4.      Ratisbona e il dialogo interreligioso

Come ha vissuto il Papa la crisi politica e diplomatica creatasi dopo il suo intervento nell’università tedesca il 12 settembre del 2006?

Di questo si è già parlato quasi all’infinito, ed egli stesso si è espresso sul tema nei due libri intervista con Seewald – Luce del mondo e Ultime conversazioni –, spiegando che aveva pensato ad una lezione accademica senza rendersi conto della lettura parziale e “politica” che avrebbe potuto esserne fatta. Ma la gestione della situazione nei giorni successivi a mio avviso fu buona e tempestiva, con una serie di dichiarazioni e di spiegazioni da parte vaticana a livelli gradualmente più alti, fino a quelle fatte da lui stesso con molta semplicità e chiarezza, ai contatti con gli ambasciatori dei paesi a maggioranza musulmana, alla preparazione del viaggio in Turchia. Ho sempre pensato e continuo a ripetere che quella vicenda in realtà si concluse in modo praticamente definitivo due mesi e mezzo dopo, con la storica visita del Papa alla Moschea Blu di Istanbul, in piena serenità, un’occasione e delle immagini in cui divenne chiaro a tutto il mondo il suo atteggiamento di rispetto nei confronti dell’Islam. Anzi, ho sempre pensato che quella crisi fu occasione per mettere sul tavolo con più chiarezza temi cruciali su cui si evitava volentieri di parlare, come il rapporto fra la religione e la violenza, e quindi era servita a far compiere un passo avanti effettivo verso una maggiore profondità e sincerità nel dialogo con il mondo islamico. Oggi moltissimi riconoscono che in realtà il discorso di Regensburg era stato non solo coraggioso, ma anche lungimirante e deve venire annoverato fra i meriti di Papa Benedetto nonostante gli inconvenienti che ne erano allora seguiti.

5.      Tolleranza zero per la pedofilia

Nel 2009 sono stati resi noti i dati raccolti dalla Commissione irlandese incaricata di indagare sugli abusi sui minori. C’erano resistenze interne al rafforzamento delle misure intraprese dal Papa in quest’ambito?

La vicenda degli abusi sessuali su minori da parte di membri del clero o in istituzioni dipendenti dalla Chiesa è stata certamente uno degli aspetti più dolorosi del pontificato di BXVI. Tuttavia bisogna osservare che egli non era impreparato, perché già come Prefetto della CdF aveva dovuto occuparsi di questi fatti orribili, che avevano cominciato a venire alla luce, e aveva avuto un ruolo importante nel definire e mettere in atto le misure da prendere dal punto di vista della disciplina della Chiesa. Negli Stati Uniti la crisi era già esplosa in modo clamoroso nei primi anni 2000. La famosa durissima espressione sulla “sporcizia nella Chiesa”, scritta da Ratzinger nel testo dell’ultima Via Crucis al Colosseo del Pontificato di GPII, si riferiva certamente anche a questi crimini, che causavano in lui orrore, sorpresa e profondissimo dolore. Ma nel suo pontificato la crisi si allargò ad altri paesi, ad es. Irlanda, Germania e riprese con forza negli Stati Uniti, e scoppiò anche la questione sconcertante del Fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel. Perciò egli la affrontò con uno sguardo profondo e ampio e con determinazione, non solo sotto l’aspetto disciplinare, ma della necessità di un vero processo di purificazione e di rinnovamento pastorale nella Chiesa, con l’ascolto delle vittime e l’impegno per curare le loro ferite, le procedure disciplinari nei confronti dei colpevoli, le indicazioni per un serio impegno di prevenzione nella scelta e formazione del clero, dei religiosi e degli operatori pastorali, la diffusione di una vera cultura della protezione dei minori. Il suo fu un impegno anche personale, con i ripetuti incontri con vittime di abusi nel corso di diversi viaggi, con il riconoscimento sincero delle responsabilità di persone e istituzioni ecclesiali, con una preoccupazione di verità e di conversione piuttosto che di tutela dell’immagine esterna della Chiesa. Insomma, ritengo che il modo in cui Benedetto XVI ha vissuto e condotto questa dolorosissima vicenda sia uno dei grandi meriti del suo pontificato oltre che una luminosa testimonianza della sua umiltà e della sua carità pastorale: egli ha veramente preso su di sé il peso della presenza del male e del peccato nella comunità ecclesiale. Davanti a fatti di questa natura le difficoltà in mezzo a cui muoversi sono innumerevoli e quando si parla di “resistenze” di solito si semplifica molto, pensando che da una parte siano tutti buoni e dall’altra tutti cattivi. Bisogna rendersi conto della inevitabile preoccupazione per difendere la propria immagine e quella della Chiesa davanti ad attacchi pesantissimi, che non di rado sono anche malevoli e non mossi da puro amore della verità; rendersi conto della grandissima diversità delle situazioni culturali nel mondo, della complessità di procedimenti giudiziari in cui bisogna tutelare anzitutto le vittime, ma talvolta anche persone accusate ingiustamente; rendersi conto della necessità di una conoscenza più approfondita dei fatti, della natura dei comportamenti criminosi e della gravità delle loro conseguenze: tutto un mondo su cui si stendeva tradizionalmente una coltre di silenzio, non solo nella Chiesa, ma anche nelle famiglie, nella società, nelle diverse istituzioni… Benedetto ci ha insegnato a muoverci con determinazione, pazienza e costanza in questo dedalo di problemi, che non sono mai risolti una volta per tutte.

6.      Il tradimento di Vatileaks

Come ha vissuto questo periodo il Papa emerito? Per lei è stato il momento più difficile quale direttore della Sala Stampa?

La diffusione di documenti riservati non è un metodo nuovo, che sia stato inventato in Vaticano. È un metodo abbastanza comune nel mondo, per influire sull’opinione comune per certi interessi, o per influire su eventi in corso, per condurre lotte o per screditare persone. Non è difficile trovare i giornalisti o le vie per fare queste operazioni. Può avvenire purtroppo, come sappiamo, anche in Vaticano, soprattutto se ci sono situazioni o periodi di tensioni, come è stato il caso del cosiddetto “Vatileaks”, in un contesto di discussioni soprattutto su questioni di riforme amministrative, nuove e anche tecnicamente complesse, che erano state avviate. L’aspetto particolarmente doloroso per il Papa Benedetto è che la fonte principale della fuga di documenti era molto vicina a lui e riguardava una persona verso cui aveva familiarità e fiducia. Egli ha detto che è rimasto per lui misterioso come questo sia potuto avvenire. Effettivamente il cuore dell’uomo è spesso misterioso. Il Papa ha voluto che la “giustizia umana” del Tribunale vaticano facesse il suo corso e pronunciasse una giusta condanna nei confronti del maggiordomo per quanto aveva fatto; ma poi ha voluto chiudere definitivamente la vicenda con un atto di grazia e di misericordia, manifestato anche con un incontro personale, come ricordiamo. Papa Benedetto ha detto chiaramente che la sua rinuncia non va letta assolutamente come conseguenza di questi eventi, ma alla luce della valutazione davanti a Dio se le sue forze fossero ancora adeguate o no a portare bene il peso degli impegni richiesti dalla responsabilità del governo della Chiesa universale. Di questo egli aveva parlato esplicitamente già in tempi non sospetti, assai precedenti alle vicende di Vatileaks, ad esempio nel libro intervista Luce del mondo. Se uno si rende conto di che cosa comportano gli impegni dei viaggi, o anche solo le grandi celebrazioni pubbliche presiedute dal Papa, le assemblee sinodali o altre riunioni prolungate, la continua serie di udienze importanti con personalità ecclesiastiche o politiche, la necessità di prendere decisioni impegnative una dopo l’altra e di consultarsi su di esse, ecc., e pensa che Papa Benedetto aveva già passato gli 85 anni, non ha certo bisogno di Vatileaks o di complotti misteriosi per capire che egli ha preso in piena libertà una decisione altamente responsabile per il bene della Chiesa. Basti fare la piccolissima osservazione che aveva già cominciato da tempo a fare ricorso alla pedana mobile per percorrere la navata di San Pietro (come faceva Giovanni Paolo II negli ultimi anni). Come avrebbe potuto presiedere le funzioni della Settimana Santa che incombeva poco più di un mese dopo la sua rinuncia? Come avrebbe governato la Chiesa – forse per anni! - in un tempo impegnativo con forze in evidente e ovvio declino? La risposta, per una persona lucida e umile come Benedetto era quasi ovvia. A me pare evidente e continuo a pensare che tutti i suoi successori gli saranno grati per aver “aperto” questa possibilità. Per quanto mi riguarda, certamente il tempo della grande fuga di documenti fu anche per me difficile e spiacevole, come per tutti. Io ho cercato sempre di fare il mio servizio per una informazione e una valutazione obiettiva delle situazioni, con buona coscienza ma senza angoscia. Devo dire che la vicenda degli abusi sessuali, in cui mi sono sentito molto coinvolto in sintonia con il Papa Benedetto, cercando di interpretare e far comprendere le sua linea e il suo atteggiamento, è stata e continua ad essere per me più dolorosa delle altre vicende che mi hanno impegnato.

7.      Tre encicliche in otto anni

Benedetto XVI ha scritto tre encicliche. Quale pensa che sia il maggior contributo di ciascuna per i cattolici e per il mondo in generale?

La Deus Caritas est è probabilmente la più “personale” delle tre encicliche, soprattutto nella prima parte, che è meravigliosa e mi pare preziosa per far comprendere il legame intimo e vicendevole fra l’amore di Dio e l’amore umano, anche fra l’uomo e la donna. L’amore misericordioso di Dio è tema fra i principali sia per Giovanni Paolo II, sia per Francesco: evidentemente lo era anche per Benedetto, e come poteva non esserlo, essendo cuore dell’annuncio cristiano? La Spe salvi coglie in profondità il bisogno di speranza che è molto diffuso, ma stenta a venire alla luce e alla consapevolezza comune; affronta sinceramente il problema del male nel mondo come sfida alla nostra fede, e ripropone chiaramente la questione della vita eterna, della speranza oltre la morte, di cui Ratzinger ha sempre giustamente parlato in tutta la sua vita, anche prima del pontificato, e di cui oggi si è troppo timidi a parlare: eppure è giusto parlarne, perché tutti dobbiamo morire. La Caritas in veritate è una grande enciclica, che si colloca nel filone del magistero sociale della Chiesa e di cui si era sentita la necessità nel contesto della grande crisi economica degli anni recenti, della globalizzazione e del profilarsi della crisi ecologica. E’ un anello di congiunzione importantissimo fra le encicliche sociali di Giovanni Paolo II e la Laudato si’ di Francesco, della quale anticipa e prepara molti aspetti.

8.      Una rinuncia storica

Avrebbe mai immaginato di vivere un momento tale?

La rinuncia di Benedetto XVI è stata un fatto storico. Non c’è bisogno di sottolinearlo ancora. Io ho cercato di vivere quei giorni in sintonia con lui e di farmi tramite per i giornalisti e per il pubblico dello spirito di responsabilità davanti a Dio e alla Chiesa che aveva animato il Papa nel prendere quella decisione, come pure dello spirito di fede con cui egli affidava allo Spirito del Signore l’accompagnamento della Chiesa. Perché la Chiesa è appunto del Signore e non del Papa, e quindi avrebbe continuato con fiducia e serenità la sua strada. Naturalmente la situazione era nuova, perciò dovevo accompagnare i colleghi giornalisti e il pubblico in un cammino in cui cercare gradualmente le risposte opportune alle domande nuove di ogni genere che si ponevano giorno per giorno: domande sulle motivazioni del Papa, su come vivere spiritualmente la situazione, sulle norme canoniche o di altra natura da osservare, sulla preparazione alla Sede vacante e al Conclave anche dal punto di vista organizzativo o logistico… fino a come si sarebbe fatto chiamare e come si sarebbe vestito colui che era stato Papa (la dizione “Papa emerito” non esisteva ancora e fu appunto una delle risposte di quei giorni…), o qual era la composizione chimica del fumo bianco o nero dal comignolo della Sistina. Furono giorni intensi, in cui consultavo continuamente un gran numero di fonti diverse, dal Sostituto della Segreteria di Stato al Segretario del Papa, dalla Gendarmeria ai Servizi tecnici del Governatorato, al Maestro delle cerimonie, ecc… in modo da arrivare preparato all’appuntamento quotidiano con i giornalisti, che veniva diffuso sempre più ampiamente sui media mondiali. Insomma, camminammo insieme con la Chiesa e con un pubblico vastissimo, accompagnando gli ultimi emozionanti giorni del Pontificato di Benedetto ed arrivando fino all’elezione di Francesco e all’inizio del nuovo Pontificato. La fede e la spiritualità di Benedetto ci aiutarono davvero a sentire che stavamo vivendo un passaggio storico tenuti per mano dal Signore. Naturalmente non avevo mai immaginato prima di vivere dei giorni simili. Ma ogni giorno è nuovo e può presentare delle soprese. Se si ha fede non c’è motivo di avere paura.

9.      Due Papi nella Città Eterna

Lei come ha vissuto la convivenza tra Papa Francesco e il Papa emerito Benedetto? Va a trovare il Papa emerito qualche volta?

La convivenza fra il Papa Francesco e il Papa emerito Benedetto corrisponde bene a quello che potevo immaginarmi. Ero assolutamente sicuro che Benedetto, nella sua discrezione, non avrebbe dato alcun problema al suo Successore e che la sua presenza riservata sarebbe stata sentita da Francesco come una ricchezza, una risorsa spirituale per la Chiesa e anche specificamente per il suo ministero. Quello che non potevo conoscere prima è la finezza gentile dei gesti di attenzione di Francesco per il suo Predecessore, o la bellezza delle immagini dei loro incontri: gli abbracci cordiali e le soste in preghiera inginocchiati l’uno vicino all’altro davanti al Signore. Percepisco anche con grandissima gioia l’affetto con cui innumerevoli persone seguono questa ultima tappa della vita di Benedetto XVI, si sentono unite a lui spiritualmente, ammirano e godono dell’amore sincero fra Francesco e Benedetto. Tutto ciò è molto bello! Io ho alcune occasioni di vedere il Papa emerito e di parlare con lui. Ci si siede su una poltrona accanto alla sua, si conversa del tutto normalmente: il dialogo è molto naturale e piacevole, perché la sua mente e la sua memoria sono lucidissime, non manca neppure la finezza dell’humour e la sua attenzione per l’interlocutore mi impressiona, come mi ha sempre impressionato in passato. E’ bene non trattenersi troppo a lungo, perché l’incontro lo coinvolge veramente e quindi può anche stancarlo. Sono esperienze per me bellissime, perché oltre ad ammirarlo lo amo veramente. Ma cerco di essere discreto. So che alla sua età anche gli incontri graditi possono diventare faticosi e molte altre persone desiderano vederlo. Mons. Gaenswein è la guida giusta per sapere come è opportuno regolarsi e quando è giusto chiedere un incontro.

10.  Un’eredità viva

Qual è secondo lei il maggior contributo di Ratzinger come teologo? E come Papa?

L’opera di Ratzinger teologo è vastissima, mi pare difficile sintetizzarla in poche parole. Forse vale la pena insistere sul suo modo di essere teologo. La riflessione seria, sincera e rigorosa nella fede e sulla fede, senza evitare, anzi cercando di intercettare le domande più cruciali delle persone e della cultura del nostro tempo. E si tratta della fede vissuta personalmente ma nella Chiesa, insieme e solidalmente con la Chiesa, al servizio della verità che ultimamente è Dio stesso: “Cooperatores Veritatis - Cooperatori della Verità” è il motto che lui stesso ha scelto quando è stato nominato Arcivescovo di Monaco, ma che naturalmente esprimeva anche la sua identità prima di tale servizio. La sua testimonianza di che cosa è il servizio del teologo credente, una teologia nutrita di fede e profondamente intessuta di spiritualità: questa mi pare la sua principale eredità come teologo. Il suo servizio come Papa è in continuità con questo. Ricordare alla Chiesa il primato di Dio e della fede, naturalmente una fede vissuta in questo mondo e in questo tempo, capace di stare in rapporto con l’esperienza e con la cultura contemporanea. Io penso che il suo impegno nel portare a compimento la sua grande opera su Gesù di Nazareth, durante tutto il suo pontificato e prima della rinuncia, sia un messaggio per noi. È la testimonianza che il rapporto vivo con la persona di Gesù è stato il centro e l’anima della sua vita in tutte le sue diverse tappe, anche nel suo servizio come Papa e anche ora nell’ultima tappa. Gli storici diranno tante cose e daranno tante valutazioni e interpretazioni di questo Pontificato, ma mi pare che alla fine, se si vuole capire l’intenzione e il senso di questo Pontificato e di questa vita intera, bisogna arrivare qui.